Equilibrio, La Parola Magica

Da qualche tempo mi torna spesso in mente una parola. Equilibrio.

Una di quelle parole che utilizziamo continuamente e che sembrano semplicissime, finché non proviamo davvero a chiederci che cosa significhino.

Essere in equilibrio significa forse essere sempre calmi? Non arrabbiarsi? Non avere paura? Riuscire a mantenere tutto sotto controllo? Non credo. Anzi, più ci penso e più mi convinco che l’equilibrio non abbia quasi nulla a che fare con l’immobilità. Forse assomiglia molto di più alla capacità di ritornare.

Da anni seguo con interesse il lavoro di ricercatori e autori come il Dr Joe Dispenza e il Dr John Demartini, e uno dei concetti che più mi ha affascinata nei loro studi è quello dell’omeostasi: la straordinaria tendenza dei sistemi viventi a cercare continuamente una condizione di equilibrio. Il nostro corpo lo fa in ogni momento. Regola la temperatura, la pressione, il livello di zuccheri nel sangue, gli ormoni, il sonno, l’energia. Il sistema nervoso autonomo stesso vive di una continua danza fra attivazione e recupero: il sistema simpatico ti prepara all’azione, quello parasimpatico favorisce riposo, digestione e rigenerazione. Non devi scegliere l’uno o l’altro. Hai bisogno di entrambi.

Il problema nasce quando perdi la capacità di muoverti tra i due. Quando l’allerta diventa la tua normalità. Quando continui a correre anche quando non c’è più nulla da inseguire. Quando il corpo rimane preparato a combattere una battaglia che magari, fuori di te, è terminata da tempo. Lo stress cronico ne è forse l’esempio più evidente: una condizione prolungata di attivazione può interferire con il sonno, la digestione, l’umore, la capacità di concentrazione e, nel tempo, con molti aspetti del tuo benessere.

Ma qui per me arriva la domanda più interessante. Che cosa ci porta fuori equilibrio?

Naturalmente la vita.

Gli eventi accadono. Le persone ti feriscono. Le cose non vanno come avevi immaginato. Perdi, desideri, fallisci, ti innamori, hai paura... Ma non reagisci soltanto a ciò che accade. Reagisci anche e spesso soprattutto, al significato che attribuisci a ciò che accade. Alle tue convinzioni; alle tue memorie; alle aspettative; alle paure; alla storia che, quasi istantaneamente, costruisci intorno a un evento.

Due persone possono vivere la stessa situazione e attraversare due esperienze interiori completamente diverse. Ed è qui che, secondo me, il concetto di equilibrio smette di essere soltanto fisiologico e diventa qualcosa di molto più grande. Diventa una pratica di consapevolezza.

Mi viene in mente uno degli insegnamenti più antichi e affascinanti della tradizione buddhista: la Via di Mezzo. Il Buddha arrivò a questa intuizione dopo aver conosciuto due estremi: prima una vita di privilegi e piaceri, poi anni di ascetismo e privazioni severe. Scoprì che nessuno dei due conduceva alla liberazione. La via non era in un estremo né nell’altro.

Era nel mezzo.

Ma trovo importante chiarire una cosa: il “giusto mezzo” non significa vivere a metà. Non significa essere meno appassionati, meno coinvolti, meno vivi. Non significa non scegliere. E certamente non significa diventare indifferenti. Significa piuttosto non diventare prigionieri di uno degli estremi. Non vivere sempre nell’azione né rifugiarsi sempre nell’immobilità. Non identificarsi completamente con il successo né sentirsi annientati dal fallimento. Non aggrapparsi disperatamente a ciò che desideriamo e non combattere incessantemente ciò che temiamo.

Forse l’equilibrio è proprio questo: riuscire a stare dentro la vita senza essere continuamente trascinati via da essa.

E allora comincio a guardare anche il nostro corpo in modo diverso. Forse molti dei suoi segnali non sono nemici da combattere, ma messaggi da ascoltare. A volte il corpo sembra dirti: "Guarda qui. Qualcosa ti sta chiedendo troppa energia. Qualcosa ti mantiene continuamente in allerta. Forse c’è un altro modo di guardare questa storia..."

Questo non significa, naturalmente, che ogni sintomo abbia un’origine emotiva o che la consapevolezza possa sostituire la medicina. Significa riconoscere che corpo e mente dialogano continuamente e che anche il modo in cui vivi e interpreti le tue esperienze partecipa al tuo benessere.

Ed è qui che per me comincia una relazione completamente diversa con te stesso. Non più una relazione di lotta, ma una relazione di collaborazione.

Puoi imparare ad osservare ciò che ti attiva prima di reagire. Puoi accorgerti delle storie che ti racconti. Puoi mettere in discussione convinzioni che hai considerato verità per anni. Puoi chiederti se quello che stai vedendo sia davvero tutto ciò che c’è da vedere.

Perché una delle cose che continuo ad imparare è questa: la mia percezione non è necessariamente sbagliata. Molto spesso è semplicemente incompleta.

Quando sei ferito vedi soprattutto ciò che hai perso. Quando sei arrabbiato vedi soprattutto il torto. Quando hai paura vedi soprattutto il pericolo. Quando desideri disperatamente qualcosa vedi soprattutto ciò che ti manca.

E forse ritrovare equilibrio significa proprio allargare lo sguardo. Non negare quello che vedi, ma permettere alla tua mente di vedere anche ciò che, in quel momento, non riesce ancora a vedere. Fare spazio a un’altra informazione, a un’altra interpretazione, a un’altra possibilità, forse persino a una domanda.

E allora oggi ne lascio una anche a te. Dove, nella tua vita, stai vivendo troppo a lungo in un estremo? Dove stai combattendo quando potresti ascoltare? Dove stai controllando quando potresti fidarti? Dove stai correndo quando forse sarebbe tempo di fermarti? E dove, invece, sei rimasto immobile quando la vita ti sta chiedendo di muoverti?

Forse non dobbiamo trovare l’equilibrio una volta per tutte.

Penso a un funambolo che attraversa una corda sospesa nel vuoto. Non rimane in equilibrio perché ha trovato una posizione perfetta e riesce a mantenerla. È in equilibrio perché continua a muoversi. Un impercettibile spostamento a destra. Una piccola correzione a sinistra. Ascolta il proprio corpo. Sente il movimento. Risponde. Si aggiusta. Continua.

L’equilibrio non è assenza di oscillazione. È la capacità di accorgersi dell’oscillazione e correggere il passo.

Forse anche per noi è così. Non dobbiamo imparare a non perdere mai l’equilibrio. Dobbiamo imparare a riconoscere quando lo abbiamo perso. Ad ascoltare e a correggere. E a conoscere, ogni volta un po’ meglio, la strada per tornare al nostro centro.

Perché forse una vita equilibrata non è una vita che non oscilla.

È una vita che ha imparato l’arte di tornare in centro.

(Pic credits Charles Elizondo for Unsplash) 

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